Ci risiamo, continuano a farci la predica: il sindacato deve guardare i problemi generali, farsi carico, va fatta la “riforma” della pensioni.
Lo diciamo con chiarezza: siamo stufi di una politica che parla solo di quello che devono fare gli “altri”. In particolare quando si parla di pensioni.
Lo abbiamo già scritto sul precedente numero di uil-sgk INFORM, quando si parla di intervenire sulle pensioni pensiamo che il primo passo debba venire dal Parlamento.
In questi anni il Parlamento si è occupato più volte della riforma delle pensioni: nel 1992 con Legge Amato, nel 1995 con la Riforma Dini e nel 2005 con la Legge Maroni.
Ma purtroppo non si è ancora occupato del vitalizio – pensione dei parlamentari, cioè di quello che li riguarda: i sacrifici li facciano gli altri.
Per una questione di etica pubblica è doveroso che il Parlamento (Camera e Senato), affronti in maniera seria ed organica la questione dei vitalizi dei parlamentari.
Intendiamoci, noi non vogliamo fare bassa demagogia, anzi dichiariamo che chi svolge la funzione di parlamentare va certamente retribuito e dato un vitalizio, ma questo va fatto in un modo equo ed equilibrato. Per essere chiari, per noi, non è eticamente concepibile, compatibile e nemmeno serio essere il Paese con le più basse retribuzioni europee e le più alte indennità ai parlamentari (sia nazionali che europei) e che il parlamentare con una sola legislatura abbia diritto al vitalizio!
Quindi, lo ribadiamo con forza, per essere credibile nella politica previdenziale, e non solo, bisogna essere coerenti ed iniziando proprio da chi ci governa!
Invitiamo la politica ad essere meno autoreferenziale, a parlare i cittadini, a confrontarsi sui bisogni veri. Stare con i cittadini e per i cittadini, questo dovrebbe essere il primo passo per riportare la Politica a volare alto, ad occuparsi in maniera seria dei problemi veri: dalle pensioni basse erogate oggi, ai non autosufficienti, al lavoro precario, alla casa,alle grandi infrastrutture …
Ma parliamo ancora e anche nel merito della riforma delle pensioni.
Ci dicono: la riforma va fatta, il sistema previdenziale non regge.
Vogliamo ricordare che ormai si va in pensione con un minimo di trentacinque anni di contrbuti previdenziali, e che i lavoratori dipendenti italiani vanno in pensione, in media, a 60,7 anni (dati Eurostat).
Rileviamo inoltre che perfino gli industriali, con in testa il loro Presidente Montezemolo predicano l’allungamento degli anni lavorativi, salvo poi chiedere il prepensionamento dei lavoratori “anziani”: vedasi FIAT, di cui è presidente proprio Montezemolo.
Inoltre vogliamo ricordare che la quota previdenziale che si paga in Italia, per il fondo pensione pubblico, è la più alta in Europa, il 33%, tra la percentuale a carico dell’azienda e quella a carico dei lavoratori.
Aggiungiamo un ultimo dato, che sfata un luogo comune: in Italia i lavoratori dipendenti lavorano mediamente 1694 ore / anno, più che negli altri Paesi europei industrializzati, infatti in Gran Bretagna lavorano 1621 ore / anno, in Francia 1541 ore / anno e in Germania 1.469 ore / anno. Per capirci non sono dati sindacali, ma sono dati ufficiali Eurostat.
Toni Serafini
Segretario Generale UIL-SGK Alto Adige – Südtirol
Bolzano, 25 Maggio 2007